Fra intendimenti e intenti

Nessuno mai la porterà, questa restituzione attesa. Nella scommessa che taciamo a noi stessi, e riveliamo oltre il dovuto limite, quando tocchiamo quanto sia sottile persino il nostro strato più labile di pelle [alla luce dell’anno venticinque], quando ci diciamo che una moltiplicazione è impossibile e la nostra matematica sa solo di più e di meno, di immaginari irrazionali. Che le costellazioni cominciano ad essere meno e più che una nozione, e quindi perdono per fretta il loro fascinoso indefinito orizzonte e ci consegnano alla retta.

Che la parola retta evoca il retto, prima che arrivino la rettitudine e l’etica, e la Via. E che le sodomie sono molteplici e non contengono connotazioni che noi si possa dire certe, definitive e convergenti. Che non sai mai che cosa viene su, quando ti volti. Che alcuni libri ti tormentano, e così vale anche per i nomi, alcuni nomi, nominarli. Che questi sono come un’insistenza, un polpastrello che ti schiude e tiene aperta. E nulla mai si colma, quando si è acceso il desiderio. Non c’è un concetto, un nervo, un transito che riempia. Solo l’attesa, e poi la stretta. (ZenZéro, op. cit.)

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