21 marzo

(photo from "Guardami" by Davide Ferrario)

Io non lo so che cosa c’entra
la primavera con questa cosa
della giornata della, della poesia,
delle poete, dei poeti, delle poetesse,
delle esse. Esse come coloro che,
quelle, le stesse. Tiratevi un po’ su
le gonne, fiatate, rimirate, usate
anche lo specchio (se siete americane),
e non dimenticate. Se fosse un fiato,

un fiato unico, che si fa eco, che si sfiata.
Che rifiata. Se fosse strada, angolo portone.
Se penso alle parole “gli angiporti” mi sale
su Catullo, o forse è Saffo. Che non lo so se
la parola fa l’amore, o invece solo finge.

In versi si fa il verso al verso che dovremmo
riversare. Mi allittero, ed ho l’ittero, posso
passare dalla ragazza che ha quel corpo
esile, sfinito, consumato, e farne cosa lieve,
eterea, quasi profumata. Questa è la bella
cosa e cosa che si sforma nella rosa e la
dilaga, che può soltanto la lettera-tura. O
forse posso essere una morbida signora,
una con due morbosamente gonfie tette
esposte, ironica e struggente. E dice
morbidi, lei dice madre, lei dice ho sete
ho fame. Mordimi il nero dei capelli
di catrame. Mettete le caviglie nei bei

ganci che sa qualunque feticista delle
piante, dei piedi, delle città, delle derive
Io sto, lì fra le stelle. Io sto come si sta
fra i cani, fra le cagne, a quattro zampe,
mi guardo il mondo per come solo posso,
e posso, da sotto, col naso a conquistare.
Rovisto, annuso, e forse a volte mi ridivento
onda sinuosa, lecco. Non ditelo a nessuno,
che c’è un giorno in cui si va nei gorghi a dire
parole da poeti, puzzette innamorate.
Sporgetevi dal ponte. Osate. Sconfinate.

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14 pensieri su “21 marzo

  1. [58]

    Celio, la nostra Lesbia, quella Lesbia,
    Lesbia, quella che amò unica e sola
    Catullo più di sé e di tutti i suoi,
    Ora in quadrivi e in angiporti spella
    I nipoti magnanimi di Remo.

  2. giàggià: è inevitabile spalancare le finestre del cuore e ricambiare non solo l’amore (amor c’ha nullo amato amar perdona) ma anche l’aria (pensando alle “puzzette innamorate”).
    : )
    spettacolosa, specie quando prende corpo l’animalità dei versi, nella seconda metà della cosa.

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