Vincent Cassel

(Vincent Cassel)

Lo guardavo ed era torvo, ed era bello. Io lo guardavo e mi saliva in mente di Vincent Cassel. Vincent Cassel era nel mio quartiere. E quasi quasi gli chiedevo se lì intorno ci abitava pure Jean Reno. Lui se ne stava lì puntato, come un albero, aveva tutto duro. I muscoli, quella mascella un po’ antipatica, ogni tricipite. Nel quadricipite a sinistra, invece, una lentezza. Una stanchezza. E lo diceva con quella voce ferma, misteriosa, nella quale ci sta tutta quella storia di un bilocale, con un sacco su cui si cade a sera, e carte di giornale. Che poi qui cominciavano a fermarsi tutti, e a circolare gli altri. Gli altri sono discreti, qui dove vivo io. E tu ti chiedi se son quelli di Rossana Campo, bellissimi, e sapientissimi, e lentissimi se fan l’amore. Lui lo diceva, allora, lì, Vincent, con una frase sola (invero due): stai fermo,  sali in macchina. Io ero lì con quelle lacrime che non sapevo come farle risalire. Con tra le mani ancora le chiavi con la enne. Mi ero fermata, stavo pensando di entrare nel caffé, ed invece… Me l’ero visto lì, ci torno a dirlo, il mio Cassel.  E lì davanti a lui c’è l’uomo a terra. Stai fermo, sali in macchina. Ed io che vedo quei rotoli di carta che escono dal collo, e i pantaloni giù, e lui che striscia indietro, le macchine che stanno ferme, tutto si svolge al rallenty. Ed io che sento quella voce, che mugola, che scalcia. Sanno scalciare quelle voci. E sono voci di ragazzo. E sotto, proprio sotto, in quella fascia della testa che si tiene bassa, e si cancella, come uno sfondo o un tonfo sordo, la voce della donna. Lo vedi? Lo vedi cosa hai fatto? Le macchine, e sali in macchina, lo vedi cosa fai? E’ un grido, disperato. Un grido madre. Ed io mi accorgo che non è Cassel, ma forse è il fratello del ragazzo. E che non è quel film che poi ti chiedi se ci abita Reno, qui a fianco. E’ un film dell’ordinario brivido di solitudine, di un uomo, di un fratello, di un ragazzo. E di una madre stanca. E quelle macchine non sono da Parigi, con le sirene, e coi distretti. E solo questo stretto, che mi si fa alla gola, perché mica lo sai come aiutarlo, se aiutarlo, se dirgli di non piangere, di non gridare. Non sai se rigirare sui tuoi tacchi, né come fare a nascondere le lacrime, ti viene l’ansia, perché potresti essere tu, e non sei, e non sai. Ma vedi. E vedi com’è impossibile trovare la strada nella strada, il passo giusto, il giusto verso. Così ti fissi su quel viso, che è proprio bello, che è di Cassel  quando sta fermo e guarda. E poi ritorni a casa, e dopo un giorno ci scrivi su un racconto, e tuo marito che lo legge dice: hai scritto il sogno che facevi l’altra notte. E tu gli dici: magari fosse stato un sogno, e non un fatto, duro e secco.

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4 pensieri su “Vincent Cassel

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