biglie

(photo from emma sanchez)

scrivere con un inchiostro blu, ingrandendo il corpo del carattere, lasciando che la spaziatura prenda aria, un po’ come rifare il letto con lenzuola fresche di bucato, usare tovagliette di bambù lasciato grezzo e terracotta, disporsi a stare accanto, contro il fianco.

sentire a quel suo dire della schiena, come se fossimo lucertole, perfetti rettili, vestire il sesso di una coda, come un’appendice. questo trasforma l’impossibile in visione, un quadro di Dalì, come una dimensione intatta, consenziente.

andare a ricercare fra le pagine, le annotazioni, i sogni, quella imprecisa forma che assumeva l’eccitazione per la donna. immaginare che ci sia lì qualcosa che si sfilaccia dalla pagina, come dal cartoncino, la chiazza di un colore.

mettere in conto quell’idea che ti si dà che poi si possa fare, con l’analista, come se fosse Pretty woman: richiedergli una intera notte, e poi due giorni, infine poi l’intera settimana. economia di scala. perché non basta mai, l’ascolto (che poi sia un’eco di conchiglia non importa)

tenere in conto quel racconto di lei stesa sul letto che passa con le dita sul clitoride al portatile, rimanda avanti su youporn da un video a un’altro, e dice: ma cosa faccio a ritrovarmi, a ritrovarti? se guardo la ragazza è troppo giovane, non mi ci immagino a metter la mia bocca nella sua bocca sul tuo sesso mentre ha vent’anni meno di me adesso. e se poi passo ad altro, ma come faccio a mettere la mia di pelle in quella da casalinga stanca (come sarà che sono tutte casalinghe oltre i quaranta, mogli annoiate, strane le fighe depilate, oltre il dorso del rimosso)

bisognerebbe scrivere sceneggiature dilettanti, pescare dentro al vero, sfuggire a quel perverso vezzo che ci fa desiderare sempre solo in una e precisa direzione. saper divaricare il senso, come fa una ragazza quando riluce nella stanza.

mi fa impazzire il desiderio dell’imperfezione, della piccola protesi sul tempo che è la tua pelle quando è stanca. come se fosse più eccitante sentire muoversi un sesso lento, che si rivela senza vezzo, che ci sa dire della infinita notte di una stanza. vorrei guardare da fuori la ragazza che ti si sveste accanto, e tiene sciolti lunghi e neri i suoi “capelli belli”, chiusi i suoi occhi che fanno ombra per le ciglia all’infinito e con le dita vederla scrivere nell’alba, nel versamento che inanimato mescola la vita alla distanza.

(zenZéro, op. cit.)

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