ikebana e Izumi

E’ da quando ho cominciato a sentire, nella discendente caduta del sonno sulle mie labbra allo sciogliersi dell’ultima parola del giorno come una linea verticale in una dimensione parallela, che Ayame è venuta a trovarmi.

Il medico di famiglia aveva diagnosticato per me uno stato depressivo velatamente connotato dai tratti di una malinconia disarmonica, che mi spingeva ad aggrovigliare i pensieri tardi dal giorno a un tessuto onirico a dir poco molesto e stancante.

Era stato così che avevo preso ad attraversare la notte ancorato alla veste di seta di Ayame, una ragazza bruna con i fianchi morbidi e le labbra piccole che da qualche mese occhieggiava nei miei sogni all’approssimarsi dell’alba.

Si trattava, credo, del tentativo della mia anima di sottrarsi al logorio di un sonno troppo rumoroso instaurando un dialogo fitto fitto e senza suono con il passo lento e scalzo di quella figura sinuosa, capace di rammentare alla mia inquietudine un alfabeto utile all’appropriazione del mattino.

Quella che segue è la prima di 1001 annotazioni che ho potuto prendere al risveglio, prima che Ayame diventasse un fatto corporeo cercato nel confine del reale. Insomma, sotto casa, nei viali e nei mercati, nei negozi e nelle chiese, dove sono solito andare a cercare un riparo dalle nebbia invernale.

*

1 di 1001

Ayame può essere tradotto come Iris dolce. La forma dell’Iris rammenta il sesso femminile sfogliato sino rivelare una perla rossa nel blu delle piccole labbra. La ragazza che veste questo nome che compare nel mio sogno da stanotte, è dedita alla pratica dell’Ikebana, ed ho potuto scorgerla, la prima volta, mentre nell’ampia sfera del balcone tondo della sua casa posta al di sotto di una cascata, esercitava l’arte della composizione dei colori accostata alla tutela della fragilità di ogni singolo fiore. Le ho visto stanotte intrecciarsi fra le dita glicine, iris, gardenie e papaveri. Per ogni fiore intrecciato, Ayame poneva nel vaso alto e trasparente un anello di vetro, affinché la solitudine del singolo fiore potesse sentirsi protetta e sfiorata. Ayame componeva il suo ikebana impiegando ore e persino giorni, e assurdamente mi accorgevo che nessuna linfa svaniva. Il primo sogno in cui è apparsa, di cui qui prendo nota, si concludeva con la mia mano protesa verso il tondo isolato, sino a sfiorare quella che sembrava la testolina scura di Ayame, ed era invece la seta delicatissima del petalo dell’Iris più alto in mezzo in mazzo, che col polpastrello separavo dal petalo gemello fino a toccare il cuore rosso del fiore su cui premevo con emozione infuriata. Ed è stato lì, che ho visto Ayame versare la sua prima lacrima di piacere, mischiata come l’indaco al dolore per esser stato trovato.

Izumi

Izumi è un’amica di Ayame che, nel secondo sogno della seconda notte, ho avuto modo di osservare sporgendo il lungo collo datomi in dono da un residuo diurno della lettura di Alice, fino a toccare con lo sguardo il giardino giapponese appena appena celato allo sguardo dalla fitta coltre della cascata posta sopra l’abitazione di Ayame.

Izumi è, quanto Ayame, delicata. La sua delicatezza, però, è una delicatezza fatta d’ossicini. Magra magra e tutta snodata, si muove nel suo kimono morbido come il ramo esile di un fiore fra petali distanti. Potrei assimilarla, in qualche modo, a un ramo di solanum.

Ho potuto scorgere Izumi (mentre ancora il polpastrello era intriso dell’umore del centro di Ayame), sbirciando verso l’angolo del giardino dove Izumi attingeva all’acqua, questa volta convogliata dalla foce alta di un ruscelletto basso, intenta a prendere fra le labbra il fresco e liquido umore del mattino attraverso il fiotto non ancora dorato dal primo sole più alto.

L’eleganza di Izumi alla fontana era impareggiabile. Accucciata con le gambe in terra, il kimono mosso indietro sul prato al riparo dalla piccola pozza, Izumi tendeva di lato il volto ornato da una zazzeretta nera tutta frastagliata. E con le piccole labbra lambiva il sorso, tenendo le mani dietro la schiena, all’altezza dell’obi, come a cercare fra sé e sé un equilibrio possibile nel gesto.

Il ruscelleto scendeva con le sue note alte fra il fogliame, e si trattava, mi rendo conto ora, annotando, di un rivolo che la cascata lasciava scendere al mattino come una dose d’acqua miracolosa chiamata a schiudere le porte del giorno. Questo secondo sogno mi addentrava nel territorio di questo loro secondo e benefico elemento, prima di lasciarmi all’incombenza diurna della malinconia.

Prima che il gatto e il cane e forse l’orso venissero a scuotere la coltre, ho potuto ancora scorgere Izumi muoversi con le ginocchia e le gambe verso il ruscelletto alto, e farsi lambire dal seno fino al grembo bianco da questo rivolo d’acqua. Come era bello vedere Izumi lasciare l’acqua ripulire e bagnare il corpo, che già nel nome portava la premessa di un incontro.

Il risveglio mi ha colto oggi come l’alba porta la rugiada, imponendomi ancora per una volta questo esercizio di annotazione. Il secondo sogno ha portato ad abbeverarsi nel giardino di Ayame (iris dolce) la piccola Izumi (la fontana).

(maiko, luglio 2010)

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2 pensieri su “ikebana e Izumi

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