Pellizza

Picasso, La stiratrice (1904)

Il quartiere da qualche mese ha cambiato nome, Cassel. Si chiama lo Stato. O lo Stadio, Cassel. Ma la parola stadio mi fa sentire come fossimo in Cile, così la trasformo, a Pellizza me ne vado da Ippocrate. Questo luogo (di clamore improvviso) ha una voce di donna. Piccolina, minuta, brunetta. E’ nata sul mare, Cassel, dove si usa una lingua che è la lingua che usano i padri, nel mio caso le madri. E’ nata ed è stata: lasciata sola. E poi presa, come fosse portata dal mare, da una nuova famiglia. Io la vedo al mattino, Cassel, lei che si alza nell’alba e si mette davanti a una casa. Fuma tutto da lei, di mattina. Il caffè nella casa che è rossa, la sua testa che pensa. Qui lo sai che le cose vanno come al paese. C’è qualcuno che grida, c’è qualcuno che ascolta. C’è qualcuno che invita il silenzio a stonare con la vita che accende, proprio lei, minutina, con la volta di fumo per prima.

Sono giorni che resto sovente a guardare le stelle nel giorno, Cassel. Mi domando, infittisco lo sguardo sul mondo, e rigiro, mi rigiro, aggroviglio le cose, per comprendere meglio di cosa mi si stia parlando. Di cosa ci parla, il suo Dio, il mio Dio, e di cosa mi parli anche tu? Ore lente, stese fuori a far cose di mosse e ritrose rimosse parole. Lei mi parla, Cassel. Con la sua voce alta, sonora, un po’ fonda. Delle sue terapie, delle nausee, dello stomaco che non le risponde. Una volta, persino (sono andata a portarle un saluto), mi ha mostrato il suo seno per parlare di una strana ferita di sotto. E il mio occhio, il mio occhio, Cassel, si è fermato su quel seno da bimba, piccoletto, una cosa che pensi che lei abbia nemmeno 20 anni, a vederlo. E la pelle, giovanissima al corpo ed invece è una resa scomposta dal sole, dal tempo, il suo viso.

Mentre sono fra discorsi, e ricorsi, e rimorsi, e contorni di sole, io la sento al mattino, far la guerra con l’esofago, il vomito, e la voglia di stare. Ed è un tarlo che bruca la testa, che mi porta i minuti che ricamano senso sui minuti che cerchi di avere per fare. La bellezza del fare. La pienezza del dire. Ci sono giorni che mi sento impazzire, per questo dialogo che si snoda prima ancora ch’io voglia. Ed è come se fosse preghiera, memento, tormento. Ma anche gioia, un po’ un trillo, lo squittio della vita passa, si ferma, trapassa, che squassa.

Mi sorprendo a cercare il suo suono, il suo viso, il sorriso che tiene, che rimane e si dà casualmente, se le passi vicino, da un piano all’altro di un vivere che [non] riconosci. E conosci. E bisbigli. E capisci perché hai amato quel libro di versi che ti parla di camere attigue, perché senti che è tutto un attiguo, un contiguo, un continuo. E vorresti che qualcosa si spezzi, rinasca, come il pane all’altare per ridare la vita, una cosa che nutra, che tenga. Che non faccia morire di fame. Che affami la vita del suo assurdo dolore. Una nascita, un solco, lo schiamazzo di scuola. Ed allora è una lotta, fra quell’ora dell’esofago stretto e poi l’ora che rintocca la mezza. E ci sono i bambini, gridolini, fervori, rumori.

Qui ci sono gli odori, il sonoro che passa al quartiere come fosse pianola meccanica al cinema muto. Se ti affacci, Cassel, forse ancora ci riesco a guardarti negli occhi, vorrei quasi che fossi, al balcone, il duro mattino che mi scuote nel letto. E mi porti a guardare mentre muti in sollievo, in tremore di stelle che sciolgono l’ora. Quel nodo alla gola che mi fa il pigolio del dolente, contiguo, ferito uccellino.

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