Té allo ZénZero (una fiaba)

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L’enormità di quello che il suo amico viveva aveva reso, da mesi, quasi irrilevanti molte delle occorrenze dei giorni, soprattutto quelle esterne, legate al lavoro e alla vita sociale, che le scorrevano davanti agli occhi come sequenze opache di diapositive proiettate a luce fioca mentre andavano in emergenza i vissuti amorosi e familiari.

Era come se si dovesse occupare in fretta, con l’alacre docile insistenza caparbia di una formica, di mantenere un ordine possibile fra le cose, le ore e persino i sogni. Ma i sogni, come sappiamo, sfuggono a qualsiasi tentativo di salvaguardia, pur proteggendoci dalla paura vera, quella che si fa ad occhi aperti e si patisce.

Non molto aveva importanza, se non rassicurare il proprio cuore del battito di quelli accanto, come  in un vecchio racconto di Marco Lodoli doveva sempre verificare che la vita scorresse. Così guardava le sue persone predisporsi al mattino, far colazione ognuno al proprio posto e nel proprio tempo, aveva cura per le posate, il tovagliato, il colore bianco del bricco del latte.

Dedicava un tempo intollerabile alla spesa, fra mercato e botteghe, per ciascuno il frutto preferito e un taglio di carne migliore. Non teneva conto del costo, pur di approdare a un pasto che fosse del tutto soddisfacente per ognuno. Così pure, alla signora che si occupava della casa e della stireria, rammentava i bisogni di camicie, fazzoletti, felpettte.

Si incantava a veder pulsare la vita in tutto quello che immaginava accadesse fuori, dove le creature della sua inesausta attenzione portavano la vita a vivere. La sua invece, la sentiva esistere nel gomitolo di pensieri che riavvolgeva alle sette al suono della sveglia, quando decideva di occuparsi del giorno.

Le restava la notte, da capire. Come farla esistere senza che avesse a tratti quei risvegli tormentosi occupati dai sogni, sogni arruffati come capelli di bambino. Sognava molto, sognava duro. Sognava.

E in questi sogni, quasi sempre, c’era qualcosa di cui occuparsi, qualcuno che si occupava di qualcun altro, una terra occupata dal mare impropriamente. Nei suoi sogni non era mai da sola, c’era sempre qualcuno che faceva con lei, che diceva con lei, che con lei andava.

Finché una notte non si addormento’ con accanto il diario di Etty Hellisum. Aveva appena iniziato a leggerlo ma la sua testa stava tutta immersa in alcune pagine che narravano della relazione fra desiderio e fantasticheria. Così si addormentò ed entrò in un sogno come sempre occupato da cose e persone, da missioni da compiere e specie animali. Fenicotteri, colombi, anaconde e pappagalli questa volta però, d’improvviso, fecero silenzio.

Si accorse che piano si allontanava da una terra occupata per addentrarsi nel giallo ocra di uno sterminato deserto, e più avanzava, meno le voci si sentivano, ad ogni passo il chiarore del sole che emergeva sul deserto si faceva evidente alla contrazione involontaria delle palpebre. Si sentì improvvisamente in preda al panico, perché non riusciva più a sentire alcun rumore, né una voce lontana, né lo sfinire dei suoni della città che doveva esserci alle spalle.

Tutta quella improvvisa solitudine, nello spazio enorme, era intollerabile, eppure qualcosa la muoveva verso un avanti che non sapeva denominare. Avanti verso dove? Per cosa? In tutta quella solitudine sterminata pensava che nessuna cosa potesse avere senso.

Mentre si muoveva nel nulla del deserto pensava a come avesse detto che il deserto le era estraneo come una notte senza sogni, impossibile a pensarsi e a cercarsi. Eppure, ora era lì, in un sogno che era senza sogni.

Mentre teneva gli occhi sempre socchiusi per proteggersi da tutta quella luce, intravide qualcosa che tremolava nel riverbero che risaliva su dalla sabbia. Sembrava essere qualcosa di molto piccolo, di molto basso. Lei era stanca, aveva i piedi segnati dal calore della terra e la fronte bruciava per il sole, raccolto in viaggio senza sentire il peso enorme del raggio. Ma andava avanti comunque. Voleva avvicinarsi a quel tremolio e capire bene cosa fosse, quel movimento nel deserto.

Quando arrivò si accorse che si trattava di un bambino, ruvido, rugoso, senza nessun vestito a tenerlo almeno un po’ al riparo dal calore soffocante di quell’assurdo mezzogiorno notturno. Il bambino si muoveva veloce, benché le rughe del corpicino lo rendessero qualcosa di vicininissimo a una lucertola centenaria che stesse dritta, in verticale però, sulla breve coda. Una lucertola un po’ gonfia, quasi tonda.

Cercò di guardar meglio, di fare ombra in tutto quel riverbero, e si accorse che il bambino stava preparando, su un fuocherello di fortuna, qualcosa in un pentolino stretto, che si reggeva appena a un mucchietto insperato fatto di rami e sassi. Guardò ancora, più a fondo nella distanza che la separava dall’esserino, e si accorse che si trattava di una mistura che conteneva foglie: verdi, e nere e gialle . Erano le foglie di una pianta che poteva essere una pianta del tè.

L’esserino era intento, assorbito dal compito, e sembrava quasi che borbottasse qualcosa nella sua solitudine così assurdamente viva al centro del deserto. E al centro del deserto, mescolava, lasciava muoversi le foglie nell’acqua scura di quel pentolino di fortuna, e fra un borbottio e un altro, uggiolava, come se fosse un cucciolo. Uggiolava al centro esatto di tutte quelle rughe di pelle imberbe.

A un certo punto, l’esserino sembrò aver fatto tutto quello che in quel deserto c’era da fare, e si ritirò come si fa nei sogni, sparendo come un piccola e velocissima trivella ruotando sulla propria coda e scivolando nel giallo e oro di quella sabbia, fino a sparire.

Era oramai quasi arrivata a poter toccare, con il palmo proteso, il legnetto che l’esserino aveva a lungo utilizzato per mescolare quel suo prezioso mucchietto nel caldo di quell’acqua così improbabile a versarsi lì nel deserto.

A quel punto non le restava che avvicinarsi ancora un po’. Con le dita incerte rese tremolanti dal caldo di tutto quel cammino assolato, si chinò sul fuoco che si era intanto spento e riluceva nelle tracce rosse fra la cenere e i sassi. Prese il pentolino e si fermò a fissare il movimento delle foglie nel gorgo lento della tisana.

Erano decisamente, senza dubbio alcuno, sia per odore che per forma e colore, delle foglie di tè. Si sistemò per terra, con le gambe rannicchiate al ventre e le braccia finalmente più rilassate, e si domandò fin lì cosa ci fosse andata a fare. Che senso avesse tutto quel cammino fatto di notte alla luce chiara del giorno, quasi dimentica di tutte le sue incombenze di salvaguardia del quotidiano. Si sentì inutile e sconfortata, come se avesse fatto tutto quel viaggio senza valigia per arrivare, infine, proprio al confine di uno strano qualcosa che non si poteva intravedere, se non fermandosi e smettendo di cercare.

Così si lasciò scendere, un po’ di più, lungo la curva del suo fianco, e portò con sé, all’altezza piccola dello sguardo inclinato, quel contenitore oramai tiepido, tinto e profumato. Smise di sentire, pensare e immaginare, e si lasciò prendere dal piacere sempre più intenso del sapore spezzato e intenso della bevanda che l’esserino aveva preparato.  Era buonissimo, rinfrancante, avvolgente. Sembrava come una medicina che venga dritta a ridarci dentro il sapore esatto del chiaro nel fosco.

Sono venuta fin qui a prendere un tè, si disse, in fondo è solo questo. E si addormento, come se fosse stata il tronco di quell’albero che si sa che invece, altri, fanno cadere nella neve. I sogni.

Nel letto della sua camera, mentre si muoveva fra le lenzuola nel tardo di un mattino di un giorno feriale, la casa era desta dei rumori del giorno. Qualcuno cantava, sotto la doccia, qualcun altro metteva in caldo ai fornelli un pentolino che potesse ospitare delle foglie di tè. Proprio ed esattamente tutte quelle foglie di tè che lei, il giorno prima, aveva trovato, in un banco nascosto, andando a far spesa, per loro, al mercato.

(Maiko & ZenZéro, una Fiaba da Fiabe – work in progress)

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