Non sogno, mi sfavello, Cassel

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(photo by Helmut Newton)

Che inquietudine, Cassel. Smettila di sollecitare ogni più piccola onda di tenerezza, la fame al buio, il desiderio stretto di dare aria tanta è l’impronta che ha lasciato il nostro corpo per la stanza. Come se la presenza metafisica dell’aura fosse lì, che solidifica, che plasma. E sono curve le pareti, si deformano. Chissà se sogno, Cassel. Adesso. Hanno bruciato in ogni strada ogni forma e ogni carta, e ogni tettoia improvvisata con le gonne, ogni bastone che parte dalla gamba a cui si aggrappa il piccolo. E’ desolata solo la strada, la terra è ancora peggio. Hanno percorso ogni minuscolo dettaglio della pianta che hai segnato per salvare noi dal guado. Era come nuotare nell’asfalto. Come farsi di ferro, di cemento, con armature che trasudano l’amianto che qualcuno aveva tolto. Poi siamo scivolati dentro. Era giù per il buco della notte che siamo riecheggiati come corpi snaturati da quel togliere, intenti a ri-nutrire, colmare, risanare, fare pelle. E’ stato tutto in una notte, che abbiamo sfigurato la perdita del mondo, prefigurato il prima e misurato il dopo. Non sogno, mi sfavello. Afona apro la bocca e tu ci scendi dentro, parola per parola. Insegni come insemini. Mi duoli. Fino a farmi sentire nuova. Una parola.

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2 pensieri su “Non sogno, mi sfavello, Cassel

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