In carne

Immagine
(photo by Nobuyoshi Araki)

La bottega era sempre linda, benché piccola. Illuminata dal sole al mattino e protetta da quei fili colorati di plastica che usava il mezzogiorno. Usava, quando ancora eran gli anni 70, ed usa ancora.

Sin dalle 7.00, la complice e operosa intimità della coppia di proprietari la rendeva pronta per i clienti, in molti casi usi a varcare in prima ora quella porta per le incombenze di dispensa e frigoriferi del giorno. Pronta alla scelta delle parti più tenere, delle carni più rosse.

Ma quel mattino, mentre ancora misuravo la distanza fra il caffè e le labbra, seduta in terrazzetta, mi resi conto che qualcosa non andava. Il giovane proprietario del negozio era da solo. Con molta cura potevo intravederlo prendere fra le mani ogni parte da dedicare a una sezione del bancone, controllarne la consistenza e le dimensioni di taglio, con un insolito silenzio abbandonato a tenergli compagnia in quei preliminari di bottega.

Mi chiedevo come mai la moglie giovane del macellaio non si vedesse ancora. Di solito, apriva lì con lui la giornata di commercio, e solo a tardo pomeriggio lo precedeva a casa, forse per pochi acquisti, da altri, prima di cena.

Non era bella ma intensa, con nero d’occhi da far quasi spavento se te la immaginavi prendere, dalle mani prodighe del marito, un pezzettino di carne, in un rituale di nutrizione che poteva anche’essere un’abitudine di coppia. Ché non avevano figli, loro, e si prendevano cura l’uno dell’altra, entrambi della bottega e, un po’, della loro vita nel paese. Ma, insomma, di lei nessuna traccia quel mattino.

Il mio desiderio di osservarli muoversi, lì di fronte al mio balcone, nella piazza principale del nostro paese secondario, andava perso. Erano una coppia intensa, forse per quel legame col sangue, col taglio, con la nutrizione onnivora che ne accompagnava la missione, mi facevano ritornare in mente quella lettura avida che avevo fatto molti anni prima del libricino di Alina Reyes. Tutto un discorso sul corpo, sul desiderio, sul portare in bocca, sul lasciar cadere. Sull’odore aspro di certi luoghi della macelleria, nascosti a chi compra solo. Un contatto quasi indecente con interiora, code e cervelletti. Un armamentario di allusioni erotico esistenziali che da ragazza mi aveva molto fatto pensare. E sentire. Come un contatto primordiale con rimanenze di atti che sanno essere primigeni, e anche definitivi. Una cosa insomma, diremmo per semplificare assai, nel taglio che si fa fra la vita e la morte.

Finii di bere il mio caffè, presi dal tavolino del mio spazietto mattutino le sigarette e l’accendino, e tornai dentro a scrivere; dovevo (con urgenza) consegnare un lavoretto di traduzione che mi avrebbe consentito di star tranquilla per qualche tempo.

Le ore passarono lente quel mattino. Vidi con l’occhio in coda entrare e uscire i soliti clienti preprandiali. Poi, pian piano, diradare le presenze, infine, con sconcerto, un auto azzurra che senza alcun clamore si accostava alla bottega in parte già coperta dall’annuncio del tramonto.

Sentii, nella stanchezza che provavo per quelle ore di tastiera e dizionari, una voce roca e un po’ brusca salutare il macellaio. E chiedere permesso.

L’uomo in divisa, accompagnato da un collega che si era appollaiato sul lato della porta come un uccello di malaugurio posato sullo sgabello di cortesia per i clienti, cominciò a chiedere al macellaio se poteva avere, per cena, seicento grammi di trito di vitellino.

Il macellaio, su cui vedevo un’aura madida che traluceva oltre il vetro lindo della bottega, era come tutto asperso da un umore che era a metà fra la risultanza chimica del sudore e qualcosa che somigliava all’umido limpido ed inodore che deriva solo dalle lacrime.

Copiose, sembravano essere, a giudicare da come si intensificavano sul suo viso mentre lasciava che il pezzetto morbido scivolasse nell’apertura conica del tritacarne. Mise la carne a posto e spinse. E il trito venne fuori.

Come mai stasera siete da solo? chiese il guardiano delle cose in ordine. Solo son sempre stato, disse il macellaio.

Mi riferivo a vostra moglie, riprese il poliziotto. Oggi non si è vista. Né qui, né in paese. Cercava di riportare l’intensa allusione autobiografica del commerciante a un piano di mera e semplice realtà. Mia moglie è andata a dare il pasto ai cani, disse l’uomo. Sapete, quelli che ci vivono qui intorno.

Io quel dialogo lo sentivo dalla finestra della mia stanza, e la parola cane mi giunse d’improvviso forte e chiara come uno schiaffo che porta il vento quanto s’avanza d’improvviso più potente.

Quali cani? disse il guardiano della porta. Quelli che passano ogni giorno e annusano pure l’aria, quando c’è lei. Ma, da stasera, ho pensato che forse è bene che si nutrano, che non diventino randagi più di quanto ognuno di loro già non sia. Così anche lei, la mia bellissima moglie, potrà finalmente dire di non aver lasciato a bocca asciutta nessuno.

Più lui parlava, più io sentivo che si formava davanti a me l’immagine di quella donna  con i suoi occhi di ematite e le movenze delicate di una cavallina scalpitante. Mi tornavano su le parolette soffocate che le sentivo scivolare dalla bocca ogni volta che, prima di chiudere la serranda, lui la rimproverava per esser stata tutto il giorno, lì, viva e vegeta, come uno stelo in fiore che si mostrava a primavera anche d’inverno, rendendolo furioso di gelosia.

Che cosa ci sta a fare, un fiore, in mezzo a tutta quella carne? che sia di carne anch’esso? Questo lui le diceva. Tormentandola con voce anch’essa soffocata. Ma irosa, stizzita, persino minacciosa.

L’ho visto un giorno prendere un pezzettino di carne cruda da un cartoccio preparato per la casa e per la cena, guardarla dritto negli occhi e dirle: prendila, sentila. Questa è carne. E ho visto lei che masticava, ad occhi aperti e spersi, il pezzettino.

Per quella sera li vidi uscire, i due dell’Ordine, con niente in mano se non quel fagottino di tritato. Il macellaio tirò giù e si diresse solo verso casa. Un piano sopra la mia. Mentre mi preparavo per il sonno, sentii i suoi passi che percorrevano la stanza, e lo sentii ripetere: ecco, lo vedi com’è buona la nostra carne? lo senti come si muove fra le dita, come si fa, da quel freddo e rosso, quasi annerita, esangue. Ci nutre, amore mio, e ci scalda.

Mi addormentai senza fatica, sebben quel suo passo mi risuonasse come il rintocco di campana. Ed alle 7.00 del giorno dopo mi svegliai. C’era un rumore insolito, un tramestio, parole che si mischiavano a spostamenti e frasi come: scansati! Mi sporsi fuori dal balcone, guardai in alto, e vidi accese le luci nell’appartamento al piano sopra. Poi guardai in basso, e vidi che la bottega non aveva ancora onorato l’impegno del consueto.

Mi domandai cosa accadesse mentre un pochino insonnolita portavo il mio caffè con sigarette sul ripiano del tavolino tondo in terrazzetta, come la chiama l’amica mia Marina. Vidi tre uomini che uscivano dal portone, sotto casa, e un quarto che accompagnava il macellaio.

Lei non voleva, sentivo dire, lei non smetteva. lei non smetteva di essere lei, di essere viva, di pulsare e  profumare e di guardare in mezzo a tutta quella nostra carne morta. E lo diceva come fra sé, ma anche a loro.

Lei non smetteva di essere viva, di essere femmina, di essere lì per me. E per loro. Non ce l’ho fatta più. Se è viva, se respira, se contiene, allora è bene che mi diventi carne per cani. Che io, di vita, non so che farmene, se non rivenderla a prezzo di mercato.

 

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Un pensiero su “In carne

  1. si distacca un po’ dalle tue consurtudini questo brano di pura narrativa, dall’intreccio avvincente ed epilogo triste, in cui la voce narrante per quanto in prima persona solo un poco ti assomiglia, voglio dire sei tu, ma meno partecipe, come dire una nerina alla finestra. ml

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