Outskirts

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Volevo dirti, Cassel, che non dimentico, io, le labbra morbide, che si son fatte avanti, sotto la gonna, in silenziosa attesa che mi si schiudessero le gambe, che si muovessero le anche, che anche tu mi muovessi, con le tue gambe intorno alle mie gambe, dal bacino del mondo al finimondo.

Il mio bacino che si fa prendere,  lì, da quel  bacino. Bacino lento, che insiste, che persiste. Che sedimenta, morso d’amore, nel piccolo gonfiore, che fiore a fiore sfoglia, quella mia voglia casta di lasciarla risucchiare: tutta la notte, tutta la morte, il piccolo guaito che mi strugge nella bocca, si rivolta, svuota la testa e poi rimonta, si fa onda, sussurra un gridolino, piove come commuove. Un battito di allodole nel centro del rigore. Un segno, uno sgomento, un piccolo tormento.

E poi di nuovo ci si smuove, si va avanti, ci si rimette l’anima nei pantaloni e nella gonna. Ci si confonde al giorno, si rimonta. Si è uno, due, e tre. Si morde il morso come se fosse un osso, si salta il fosso, si osa vedere rosso. Qualcuno dice: io non posso.

Il suo rossore è il tuo rossore nel rossore del mio nido d’amore. Londra ha periferie che gridano la notte, uggiolano il mattino e fanno le ore mosse da un battito di tosse.

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