Zulì

Immagine
(Danae by Eunice San Miguel)

 

Ho incontrato Zulì d’onda di mare.

Zulì ne indossa d’occhi, in cima a un portamento.

Lo sguardo a prendere, a toccare e disvelare,

sguardi che se la rubano, che si introducono al suo stare. 

 

E mi ha parlato, Cassel, stando seduta, 

con me, punta di spuma.

E non so mica se qui si tratti

di  grido di sirena. 

 

Abbiamo messo al piatto ben 50 giorni,

le settimane a dirimere questioni,

dette le antiche, dette in vita e morte,

tutte sedute storte.

 

C’ha messo dentro le zampe di gallina, le piume

d’oca e il becco di un quattrino. Zulì del mare,

bella com’era fatta, mentre mi si diceva senza dire.

 

E c’era l’ autobus, fottuto lo chiamava,

che no, non ci arrivava,

dove ci sedevamo,

io e Zulì,

fino al tramonto.

 

 

Ci siamo dette cose, Cassel,

che mi hanno aperto. Cose sulla mia pancia,

cose sulla sua pancia. Tutte e due pance senza

bambini dentro. Pance di ragazzine, fatte per

piercing ombellicali e sublinguali. 

Cose un po’ disarmanti, fra ragazze.

 

E lei, Zulì, me le portava al masso nel mattino,

e giù a discutere:

di se, di ma, di come,

se fosse non sarebbe o fosse stato. 

Di un mondo tondo, di un tondo fosso intorno,

sabbia senza secchiello, mare stanco.

 

 

Era una cosa senza tempo, Cassel, senza ritorno.

Una casina che si era costruita ed elevata,

poi si era ripartita, ed era andata.

Era una dipartita di intelletto, tutto un rimescolio

delle sue orme nello specchio.

Di fremiti, di picchi, di emozioni.

Pure coi lacrimoni, certe volte.

 

 

Poi ci è arrivato giugno,

il giugno coi girasoli e i fiori rossi,

giugno di mari nostri. Mese di pesca,

mese alla rete stretta al tornaconto,

Zulì se lo rigira, il mondo, lei che lo sa e lo teme.

 

E me la sono vista che

scivolava sotto, a fare un bagno. 

 

Ed era così bella, Zulì, con quei capelli aperti all’acqua, 

come una razza che impazza e si scompatta, 

e d’improvviso impatta,

lì nella luce che strapazza.

 

Ed io l’ho vista andare,

mentre me ne restavo a stare,

timida e sola al molo, in dorso al masso

che, mi si dice,

chiamino mondo o immenso mare.

 

Un nodo al pianto non è per niente

un nodo sul fazzoletto. Un lembo umido, 

che trattenga il suo universo.

 

L’ho vista vivere, però io, e me la rivedo, se

guardo sotto, e l’acqua è timida di schiuma.

Vivere e dichiarare: il raggio d’ombra ve lo lascio.

Me lo confronto al rosso, al bianco e al giallo.

All’ora senza pena dell’arancio.

 

Io al masso, adesso, ascolto spesso,

il vortice impazzito di colori del suo cello. 

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4 pensieri su “Zulì

  1. la tua lingua da sognare, la tua bocca feroce e bella, il cuore fuso, colore delle cose aperte, cuore fitto, ogni volta e sempre sempre mi conduci dove la vita si mostra carnepoesia.

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