Niente

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Non è successo niente. Niente, proprio niente. Questo già mi scorreva lì nel sangue, quando il sangue scorreva sulle piccole e poche righe di notizia che era  già tutta bagnata, e lei che se ne grondava giù dai notiziari.

E la notizia era davvero in prima pagina, e quelle prime pagine, e seconde e terze pagine, erano fitte di notizie, e note ed elzeviri e titoli, ed io dicevo: no, non è successo niente.

Doveva essere il disagio, lo sporco che sentivo sulle dita se toccavo l’inchiostro che scorreva a fiumi dal rivolo malposto dell’ultimo, in orario, notiziario. Deve essere un tranello, mi dicevo. Un finzione che non sa essere nemmeno occidentale, l’occipite del mondo che si scontra col colpo secco del reale, e non c’è spazio più per nessun verso, nessun suono, neppure un colpo di spavento che riversa vita in terra.

Non sono io, tiravo il fiato, mi risentivo vivere e passare, tremare come schermo che ostacoli l’inverno, mare mosso che mi si muove dentro, nello stomaco, ed in gola, In gola? Nemmeno una parola.

Dicono tutto, loro. Degli anni, dei quartieri, degli affanni. Dei genitori, dei figli, dei colleghi, dei rimorsi. Ma non c’è posto per nessuno in tutti quei discorsi. E invece sono tutti lì, lì dentro. I corpi, i malridotti fiori di un trasporto nel tempo che ci danno, le tracce silenziose di ogni danno, datemi un po’ di pace, non parlate. Non è successo niente.

E quindi, mentre mi mugola la pancia con la voce del bambino, e mi si taglia dritta l’ugola che implora, mentre neanche il sangue disamora, la parola mamma. Ed io me ne sto lì in silenzio, e mi si mormora all’orecchio con la vocina acuta, e poi sottile e infine quasi muta di ragazza, che ha il ventre che le sguazza in acqua pazza. E poi mi muove un fiotto nelle gambe, e la paura che le trema nella voce quella trama del vecchio che a ridosso di un ferro è stato messo ai ferri e relegato al margine di un secchio. Silenzio, ho il cuore che non porta, che non conta. Ed autocarri, e Tir, e Suv, e macchine per passeggiate, auto da corsa in corsa per pretendere di essere sul filo di un tramonto, un tonfo, un cedimento, lo sbattere per terra, il contrappeso, lo spavento.

Non è successo niente. E’ solo inganno, solo testimonianza senza senso. Lo strano mento cieco che pavento. Un occhio a più non posso, uno tsunami di pietà e rimosso. Uno squittio di tenerezza che mi divaghi, come a dimenticare, a cancellare. No. Non siete niente, io non vi conosco.

(Nerina, 4 marzo 2014 – Monologhi, work in progress)

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