Pietre d’angolo

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Mi si era, via via, consumata la poesia delle cose.

E, come in acquario, il collante che teneva insieme gli oggetti (le persone e le storie, e le parole e i sentimenti, e quelle strane multiformi apparenze e appartenenze), aveva invaso lo spazio del desiderio e del moto. Tenendomi in sospensione.

Ed io scendevo, e risalivo, e scendevo, mi approssimavo, mi ritiravo e stavo, con quella grazia muta dei pesci, e il mio respiro formava quella concentrica rottura nel liquido compatto — senza potere uscire.

Era per questo che visitavo, con regolare cadenza, le sale dei musei. Io mi recavo lì a vedermi vivere, per uno straccio di risposta da rivedere da dentro, in un abitacolo stretto da rivendere poi a me stessa, come potendo avere ali d’uccello ai piedi e un certo numero di branchie, per inscenare ogni volta una dinamica stanca e risoluta (una ripetitiva meraviglia, una ossessione in fermo immagine), canto del becco stretto e sparizione, fra preda e predatore. Ma spesso, in mezzo, io ci trovavo un vetro.

Amo i musei del presente, dove le sale sono un bioparco a misura stretta di passo. Dove s’inscena la vita con evidenza che mi sopravanza. Dove recarsi a vedere, dove guardare e fotografare, dove scoprire ed evidenziare, dove quietarsi e stare, oltrepassare e poi tornare e sostare. Alla ricerca della sperata perdita del sentimento della morte.

La parola morte è in qualche modo preclusa all’uso del museo, se non per quella recita in assenza che a volte parte dal basso. E si eleva, e prega e incanta. Luogo d’accumulo di pietre d’angolo, la maldicenza dei giorni che allontana, come quel portinaio stanco dell’ora mesta del tramonto.

C’è una innocenza delle cose persino quando gemono, e trafitte e tirate e modificate e riposizionate, ripensate, ritorte, accumulate, spogliate da ogni segno e soltanto espresse e accarezzate e composte ed accudite, eternate nello spazio fitto di un solo sguardo appena, a volte. E poi violate (in un eccesso di emergenza), posizionate al centro, obliterate come se fossero i biglietti di un tram da tempo fuori dismesso.

Io mi siedo lì, e aspetto. Ma bisognerebbe essere stati a Venezia, almeno per una volta, ed aver visto cosa vuol dire essere parte del tutto, pensarsi solidi con una quantità spropositata di inconscio a sostenerci.

Essere palafitte con quella convinzione cieca e fiduciosa nella persistenza, averla poi persino sperata nella storia, mentre siamo percorsi da tutto quel silenzio notturno che sanno solo i canali.

Bisognerebbe aver avuto il sospetto che si possa stare a Punta della Dogana e abbracciarsi e non temere: la notte, il piede in fallo, né la luce illusoria di città intere a seguire.

Bisognerebbe essere stati eternati come i cagnolini di età variabile da donne amanti di musei gracili, portati come spoglie, e resi immensi da false e speranzose architetture celesti poste altrove, dove l’altrove gonfia il ventre, speranzoso che sia vita non sia morte.

Mi si apre il cuore, come un taglio che attraversa il pesce, che lo guarda, mentre mi accorgo di essere dentro. Di essere lì, e nuotare e respirare, e sperare la cattura del volo che mi disturba l’eterno del mio presentimento.

Ed ho persino pregato, accanto al corpicino straziato di un bambino. Ma io sono quel vezzo di bellezza che porta la sua testa a sentire e pensare, a guardare e cercare e frugare, e accarezzare come si deve, alla giusta distanza del respiro dall’occhio, e dell’occhio dal corpo.

Il corpo vivo di un segno stanco che quel qualcuno che ha arte e parte ha sì potuto portare per farlo respirare. Così, io prego.

Prego che possa essere qualcosa di diverso che quella messa in opera di tutto quanto, fuori, in quell‘umore di universo.

Perché io proprio, a volte, sono stanca. Mi basta essere così, persino fuori dall’acquario, e ritornarci ogni tanto con un qualche bambino che scovo dentro me stessa.

Ma loro, io no, hanno una spada affilatissima che li difende, con quella fascia stretta di luce che attraversa da dietro, e li rammenta all’esistenza eterna.

Io cerco dentro, fino in fondo allo spavento. E aspetto. Attendo che mi salvino la voce in mare e la parola terra. Per questo tremo, come fa il suolo quando sgorga lo spavento.

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