Umore che mi spiazza, Cassel

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Sono passate più notti, Cassel. E quando giro, e mi rigiro, e ancora giro al lato, e poi mi scopro, e sfilo il piede dal groviglio e lo sospendo esterno, e poi prendo il cuscino, mi ci aggrappo, come se fosse un corpo, il dorso, la parte basa del tuo collo, un fianco, mi sento in semi sonno come vagare fra le stanze e i letti, e le corsie, e poi (di lato) per i bagni, e poi se guardo le finestre in riga per i tetti. E ti so lì, ti vedo, sorprendo il sonno che ti tiene compagnia al mio posto, e vedo il libro, e vedo il filo del telefono che passa sotto il corpo, come se fosse una carezza che ti sveglia, se è notte e chiamo, e trillo senza squillo. Trillo come farebbe la ragazza ch’era lì, campanellino, quando eri tutto riccioli e impermeabile da metro parigina. Io li odio gli ospedali, Cassel. Come odio le prigioni. Mi ci rintano quando proprio, ob torto collo, io mi scervello, mi impasticco, e supero l’affanno del delitto, che ogni più piccola deriva che fa il corpo compie, sul piccolo mistero che portiamo a fiato corto. Ci faccio tutto, io, negli ospedali. Mi giro e quasi spero che qualcuno chiami e dica: parlami piccina. E vedo i corpi, ed i capelli neri neri della donna che ti grida ad ogni notte intorno, e poi le pieghe grigie della donna del reparto sotto, che sta sempre di lato e guarda contro: nessuna porta vede, credo che sogni la crepa fra il suo muro e il mondo tondo. Ci faccio fantasie di camici e di piedi, scalzi che corrono, che passano veloci. Ci sento voci, ci vedo vite e il giravate che gravita nel tondo. Ci porto ballerine di Degas, come se fossero le lucciole che vorrei col reggicalze, come se dentro il fermo, ed il dolore, e lo spavento, io ci volessi il varco di un sesso che si sveglia e dice il giorno.
Mi piacerebbe rimboccare le coperte ad ogni sogno, perché persista, perché cancelli il conto dei valori ed ogni sogno valga il doppio. Le sento che rimbalzano da letto a letto, da porta a porta, e da silenzio nel silenzio, le parolette di chi veglia e fuma, di nascosto e rintanato e lento. Appeso alla morfina e senza traccia di spavento. Lì sono luoghi dove tutto ha senso e niente conta, dove si perde il conto di ogni giorno, e si fa il conto col contorno del corpo del rimorso. Ho fatto, ho detto. Non ho fatto. Qualcuno guarda i tetti, e conta di ogni riga la riga che ripete. E forma cattedrali, e grattacieli, e gallerie per paradisi e inferni. Ma come non lo sappia che l’inferno è terra, questo non so davvero. Cassel, dammi la bocca. Prendo la bocca, lecco la bocca e poi la sogno. Rossa, feroce e tutta quanta baciata a un’altra bocca. La voglia viva, e desta di sapori, persino che sia messa in bocca d’altra. La voglio che racconti e dica cose di ogni giorno. L’ascolto che mi strilla, che mi incalza. La voglio fatta di un umore che mi spiazza. Svegliami e fammi passeggiare senza gli occhi, bendami perché non senta che i respiri e i sogni quieti e vispi che hanno ciascuno il posto proprio. Ti sento vivere le cose, e vedo vivere la cosa che noi siamo, una rosa che tocca rosa e, rossa in viso, si vergogna. Di amare tanto la vita pur non sapendo cosa siamo e dove andiamo. Facciamo come possiamo quello che sappiamo, e con amore divoriamo al desco la luce d’infinito che sentiamo. Siamo un sapore, un desiderio ed un volere stare. Tutto è diamante, tutto si fa come una testolina da proteggere dal male.

E poi mi dico che, per fortuna, qui non c’è nessun bambino. Che proprio non lo si regge che sia il loro uno dei sogni che rubo mentre scrivo.

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4 pensieri su “Umore che mi spiazza, Cassel

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