Io la passione l’ho sempre sconosciuta

(I bambini di Jef Aérosol)
(I bambini di Jef Aérosol)

Non so che cosa passi nei giorni di Pasqua, per la terra. Questo mistero del sole di domenica, e della pioggia il lunedì che c’era da ragazzi. Che poi, se me la tolgono d’ozono, mi sale su l’idea che non esista 900, che è come un autobus di quelli che hanno tolto. Per questa Pasqua mi sono fatta 5 giorni, in ospedale, con il mio esposo che si opera. Che si è operato. Che si è svegliato con gli occhi grandi e dritti. Come succede quando ti operi e guarisci, e loro ti addormentano coi chimici. Banda di maghi. Perché non c’è alcun dubbio che nonostante che il Governo, e la politica, e i conti e poi il dissesto, dove ci sono le persone c’è sempre tutto il resto. Gli odori, ed i sapori che li odi, ma li ami anche, se non mangi da quei giorni che non sapevi prevedere. Con quei sapori che ti senti borghesuccia, e ladra, coi tuoi ricordi di come odi le pastine col sugo delle mense, rosso ed acqua.

Per questa Pasqua mi sono messa a fare cose, perché il reparto che l’esposo abita in trasferta (meno male), questa speciale dependance, c’ha pure la saletta di lettura, e le Madonne (quelle che sono sacre e quelle che tu le senti che percorrono le scale, di nascosto), e la tele visione, che un po’ la guardi e un po’ la immagini. E quindi: i cavi da portare ed aggiustare, e i libri che ci porti pure, per i malati di passaggio. Due copie del tuo amico Paride (che sono rimaste ostaggio della chiusura di una libreria del tuo quartiere) e poi due copie di un libro che faceva, come un artigiano, l’amico tuo Lucini, che tu ti trovi, con dentro quella tua poèsia che dice maschio e dice: vorrei avere il cazzo dei vent’anni. La copia del tuo amico, la prima delle due, è sparita quasi subito. Si sa, le toghe attirano, sono un po’ come l’idea della salvezza, e fanno il paio con la Pasqua. Tutto quel sangue ci sta bene, fa pendant col sangue delle sale operatorie.

In mezzo c’è che è quasi quel bel giovedì santo, che dai cattolici si fanno le lavande. Quelle dei piedi. Ci si abbassa, Dio si abbassa, si fa minuscolo, portato a volte bene a volte male da quei sacerdotini che, diciamolo, fanno una tenerezza di sconfino quando li vedi che si piegano agli acciacchi, e a volte la stanchezza per le dodici messe in dodici ore (fra messe, funerali, matrimoni). Ed anche, quelli che per davvero vorrebbero qualcuno che li lavasse a loro tutti quei pesantissimi pensieri, che fanno l’uomo e anche la donna, e sono uomini anche loro (povere donne, nemmeno questo ci rimane).

Così, fra i cavi e i libri, e queste attese che non passano, io questa Pasqua l’ho avuta sconosciuta. Si chiama pure. Ha un nome. Si chiama come Lui. Ma è femmina.

Era da tutto il giorno che la sentivo un po’ guaire, un po’ parlare. La intravedevo piccola, che rannicchiava pure l’anima, e la sentivo respirare. E la pensavo di continuo, perché poi dipendeva un po’ da lei se lo operavano l’esposo. Perché quel suo guaito di dolore era lì urgente, troppo urgente. Come era giusto fosse.

E avevo visto la psicologa, e poi una giudice (così sembrava), e molti e molti medici e infermieri e portantini. E mi sembrava di rileggere McEwan, quest’ultimo. Ed era lì tutta una corte, che tu speravi la guarisse, la salvasse. Ma lei, lì, non guariva. E tu pensavi a Lucio Magri, e poi pensavi a Cristo sulla croce, e poi te ne riandavi per le scale (dove ci sono gli altri, poveri Cristi dichiarati contro un muro male).

Nel pomeriggio tardo, quando aspettavi di sapere se la ragione del tuo bene stava bene, se lo potevi riabbracciare, e risalivi da mezzora sotto il sole (perché troppi ospedali fanno male e serve scendere, a ricordarsi che c’è il sole), l’hai vista sola, che giocava. Giocava con un filo che era come la vena aorta del monitor, che ci diceva se lei poteva ancora respirare.

Così ti sei mandata a dire agli infermieri, e gli infermieri le hanno parlato dolcemente, mica devono scegliere fra quel Gesù e i ladroni, loro che toccano le cose, e poi gli umori, e il sangue e pure il piscio (come direbbe l’uomo che se ne va da sopra a sotto, lungo tutte le scale di ogni mondo). Ma a volte senti che non basta, che c’è qualcosa che porta lì lo sguardo, che allunga lungo lungo ogni tuo orecchio, e devi ritornare sul tuo passo.

E’ stato allora che ho messo lì una seggiola, che quasi andava sola a mettersi lì accanto. Tanto devo passarlo, il tempo, mi dicevo sussurrando. Le chiedi se può starle un po’ vicino, così, lì ad aspettare insieme che lui arrivi. L’uomo o la donna che fanno notte e stanno, attenti ai cavi.

Le ho dato il nome, e in cambio ho preso il suo, quasi rubando. Rubando al caso, un po’ al destino e un po’ persino al corpo giovane di quel ragazzo che hanno ucciso senza ulivo.

Non puoi capire, si chiama proprio come quel tuo figlio, e come i figli di tutti quelli che ristanno, a fare aceto e non buon vino. E tu sei nera, come la notte, mentre ti siedi accanto a quel piccolo guaito.

Lei con quel nome, ti guarda un po’ di lato, dato che la sua ala te la fa stare tutta rotta, senza il sostegno al centro del creato. Ti guarda e dice: sai, io scrivo. Scrivo poesie. E poi riguarda e tace, da sopra l’omero fasciato si solleva. Mi sento dirle: non perderle, conservale. Io spero tu le salvi con il fiato.

Tu prendi le sue mani e sono lunghe, e fredde, e secche, con dita belle che viene su da piangere. Le dici che ha le mani così belle, e gliele tieni dal lato quasi giunte. Poi lei ti parla, nella sua lingua che sussurra (e non comprendi), ma dice anche che ci son state fughe, e che ha piacere che le due donne affianco siano lì per tutta notte, le destinate a starle al lato, come ladroni che siano state derubate. Sono le donne del letto accanto e della veglia, e a me gira la testa. Per la metafora straziante che mi brilla.

E poi ti accorgi che piano piano si fa immersa, parla un lingua nuova che ti rovista e ti attraversa. Non riesci più a star ferma se lei muove quella lingua, compone a pioggia quella sua metrica infinita. E sotto vedi che si rompe la sua busta, cade di fuori tutta l’urina come quando il corpo brucia. E tu raccogli e c’è qualcuno che ti aiuta. Ma è inutile, perché lei è già tutta pura.

Così, mentre lei parla e tu non segui, cerchi la strada e trovi a sprazzi ciel sereni, e ti ritrovi nella tua tasca un pezzettino, come quel sassolino che hai conservato con su scritto Pollicino. Il sassolino che ti faceva dito e mano, quando volevi che in altro Ospizio il Padre tuo dormisse piano. E lui diceva: ti prego, per stasera, fai la gattina ché la notte sia leggera.

Così comici: a far, lungo la gota, e piano piano sul monte della fronte, la linea del suo volto: tante volte. Come se disegnassi, lungo quel viso, la strada per il sonno. Un buon riposo donato a chi non dorme. Sei quella che ha soltanto, per salvezza, quella stentata, un po’ dolente e vana e piccola carezza.

Infine dorme, lei che si chiama proprio come quei figlietti, un po’ paurosi che annunciano la Pasqua. Quelli che hanno per vivere la cura di chi dice, mentre rifiata, si spaura.

Tu te ne rialzi, e pensi che ci torni, a farla addormentare come i figli, che tengono le dita ai padri stanchi.

E benedici quel gesto che hai imparato, vedendo il padre tuo riaddormentarsi un po’ di lato. E se potessi, tu che vorresti che di versi giù piovesse, solo una cosa, sulla parete, scriveresti — quando io avrò paura e sarò notte, non fatemi mancare le carezze.

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4 pensieri su “Io la passione l’ho sempre sconosciuta

  1. certe lettere è come se raccogliessero da intorno tutte le cose, così come sono, senza rifarle belle, o più chiare o più forti o meno contente. le raccolgono così, intere dentro il cuore, che diventa grande e gonfia e poi le porta fuori.
    qui la leggo la tua lettera capace dell’amore.
    è commozione.

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