Myosotis

(Myosotis)
(Myosotis)

Mia Zena mi dirigo con te per il vuoto cieco delle stanze,
e vedo e vedo con te, come se fosse il tatto il tuo maestro dei giorni.
E poi l’olfatto aperto, a dire piano i momenti, e delle cose nei cassetti.
E quindi il gusto a dirimere quell’antica questione, fra la vita e la morte.

E in mezzo il rosso di bacca e la delizia del tatto,
quando ti passo la mano, lì sul bianco e sul lino
di ogni tua tovaglietta, e poi sul bordo del tavolo,
e alla tua destra il tocco, che sfiora piano il ripiano.

E piano piano scolora, e ti sdolora e rincuora, l’infiorescenza
che sento premere adagio alla finestra, trauma di vita lasciato
a farla un po’ discosta. Fa venticello e tende, e rende fredda la stanza,
scuote d’un soffio appena la testolina nera, che si inclinava a destra.

E ancora sono e sono ansa di collo al viso e alla tua mano aperta,
adesso incerta e stanca quella bambina che noi rapimmo a vent’anni
e abbiamo messo in cima a una collina d’erba. E biancospino e mirto,
e poi persino corbezzolo, nel paiolo del tempo.

Noi che odoriamo nebbia e, di pianura in pianura, ci diciamo e diciamo,
senza che serva l’olio, che è luce fitta infine se guardi in cima al lume.
E così bella tu, tutta riversa in vita, quando ti ho vista, a un tratto,
mettermi indosso lesta nontiscordardime e un guizzo di cannella.

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2 pensieri su “Myosotis

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