In tempo di guerra

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Henri Cartier-Bresson Rome, 1952 From Magnum Photos

Quanta fatica, cieco tormento a dire,
quanta inesausta notte in seno al giorno,
senza misura, padre, il numero dei passi,
vuote di tempo tutte le tasche nostre:

eppure, noi ci sediamo, lì come un giorno era
a ogni mattino. Prima c’è il pane caldo, poi c’è
la marmellata che, aspra, copre il burro,
poi c’è quel latte bianco senza seno.

E sopra a tutto, il tuo silenzio e il mio, mai dato
intero, tutto il vociare in versi, il cumulo
dei passi. Vieni, riposa un po’. Non dirmi.
Tienimi, quieta, mostra, insegna, forma.

Poi c’è questa condanna, figlia. Dove si deve andare
per ritrovare il morbido dei giorni, le calze rotte,
e il baloccar e il tàppete del cuore? Chi mi ha
rubata, madre?  Chi mi ha portata? E dove?

Il tempo nostro è corto e rotto e torto, ci riconsegna
e tace. E noi, che non so dir se siam più  scaltre
o tonte, ce lo teniamo stretto in nodo al manto,
perché la notte infranga, attesa, il pianto.

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