A Parigi ero stato spesso

 

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A Parigi ero stato spesso, negli anni, per lavoro o in vacanza. Mi sembra di ricordarla quasi sempre piovosa, a volte fredda, ed altre freddissima. Ma anche, di contro, porto con me le immagini sovraimpresse al respiro della memoria di mattini in piena di luce azzurra. Ed accadeva quando mi capitava di tornarci d’estate, in ozio, come per qualche breve festeggiamento nel 14 di Luglio.

Nel cielo azzurro, però, ricordo bene di come si sovrappose un temporale nel 2006. Con la sua scossa ci spinse tutti a procurarci di fretta impermeabili, ombrelli e ripari di fortuna. Ancora sento le pozzanghere colme che ospitarono nel mattino di Luglio i piedi piccoli della ragazza alla quale mi accompagnavo. Le sento per l’umido raccolto che si placò soltanto, a tarda sera, quando approdammo alle lenzuola in Hotel. E lei li mise a scaldarsi nell’incavo delle mie ginocchia nell’umido ventilato della nostra stanza con vista piccola Des Vosges. Quando ci son tornato quest’anno, in Settembre, la piazza tutt’ancora pioveva.

Pioveva sui ragazzi che, settembrini stavolta, portavano i loro zaini in ingresso nei collèges parigini. Il quartiere che ospita la piazza, così prossimo al Beaubourg e alla sede di Hebdo, era stato ospitale e vitale, come sa solo Parigi.

Se mi sono fermato a guardare attraverso la Canon quel Café è stato più per il sorriso di quei ragazzi, nella incertezza dei sorrisi all’approssimarsi del nuovo anno di scuola, che non per la vetrina, sia pure affascinante e carica di storie, a pochi metri dall’abitazione del noto autore francese.

Quanto li ho amati, quei sorrisi. Sorrisi un po’ straniti, un po’ complici, un bel po’ allegri, che si sono affidati, nella sorpresa dello scatto che li stava rubando per portarli con sé. Tutto questo è accaduto un mese prima che Parigi piangesse, in quello stesso quartiere, ben più forte di quando la pioggia vien giù.

Ero stato a visitare la sede di Charlie, avevo fatto di scatto un omaggio persino timoroso al dolore di quelle strade di transenne. Tornato a Roma avevo poi sviluppato, e tenuto con me, il sorriso adolescente rubato sopra il silenzio del quartiere segnato. Com’era bella Place Des Vosges, com’era ricco quel vociare che la mia foto aveva appena sperato di salvaguardare almeno un po’.

Due mesi dopo, svegliandomi un mattino, ho visto sugli schermi il quartiere travolto da qualcosa che nulla poteva avere a spartire col sorriso che la Piazza mi aveva donato. Qualcosa che diceva di voci spezzate, di vicinanze scostate, d’un urto forte che ha saputo essere più che vento.

Ho sofferto, attonito e scosso, e ho cercato ragione che potesse spiegare. Ma la ragione, si sa, in fondo ospita tutto. Comprende, reinterpreta, si dà una linea. Io invece, di certo, la mia linea non potevo cercarla che dentro una foto. Precedente, non toccata da quel lungo spasmo che è stato quel 13 novembre.

E’ stato allora che ho dovuto stampare, e tenere con me, questa foto, negli occhi a ridirmi la meraviglia del dire di sì quando ci si scopre guardati, ed amati, dal mirino che scatta e non scaglia, che conserva e rivela, e non copre.

(Testo su Foto analogica scattata da Riccardo Vinci con  Canon EOS 3)

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