Cuore di pigna

IMG_0409.jpg
(Photo by NG)

Perché io in Sila, da piccolina, non ci sono stata mai. Soltanto un giorno, intorno ai 12 anni, con la famiglia di zio ricco. Perché sembrava che la montagna, con la neve, e con gli  sci, e con il bob, e coi piumoni, fosse una cosa che si poteva avere solo ricchi. A noi che ricchi non si era, ma neanche poveri, spettava il mare. Al massimo la Sila senza neve, quella estiva. Così sono cresciuta senza avere l’odore dei pini nella pioggia, il passo lento sul morbido del bianco, le vette, la solitudine del bosco, il fitto che perdendoti spaura. Me l’ha ridata, questa cosa molle e lenta e piano piano, a quasi cinquant’anni, l’amore d mio figlio per quei luoghi, amore generato padre, perché suo padre, che pure lui non era ricco, però ci andava in Sila, e aveva fatto casa in una casa presa in fitto, e quella casa se la sogna spesso come casa dell’infanzia, e dell’infanzia del futuro. Insomma, casa di case e di montagne di progetti e desideri, di soste e camminate lente. Che poi, lì in Sila, mi sa che sono tutti poveri. Che fanno finta di esse ricchi, o sono ricchi che hanno ville che eran luci e feste e cose da borghesi nei ’50, in un paesino che si chiama Mansio pure adesso, e anche Silvana, che non è donna che è passata a fare storia, ma quella cosa che ha a che fare con le fronde, col suono dei ruscelli, con le pigne. Da qualche anno me ne vado lì a scoprire, non da Silvana, che sembra che nessuno sappia chi ci vive, e sembra un po’ HangingRock, ma in un paesino dove mi sa che poi ci vivono davvero quelli poveri, che fanno 12 ore di lavoro e poi li pagano nei mesi e mesi e mesi, e forse. Perché da quelle parti ci si industria ognuno come può, se può. E’ lì che ho riscoperto quelle cose che non avevo visto mai. Le ho riscoperte perché ho amici che ci stanno, che ci vanno, che ci vivono per tratti. Le risalite lungo gli alberi giganti, la pioggia che impaura, il freddo che ti cala addosso appena fa tramonto il giorno. E poi quel modo di esser soli in gruppo, se ti incammini, se risali. La cosa che mi inquieta sempre, quando vado, è che non vedo né neri, né cinesi. Né indiani, né russi, né rumeni. Come se fosse, quello, un enclave che tiene terra e gente fuori dai flussi che d’intorno stanno, cambiando il mondo e noi di dentro. Resta un mistero, per me, questa cortina, in una terra che pure sembra fatta d’accoglienza. Dev’essere la lotta per il pane, il vivere del commercio dei frutti delle vacche, che tiene fuori chi migra per il pane. Senza che sia cattiva, una difesa invisibile ed a colpi di fucile, fili spinati che non bisogna dispiegare. E’ stato qui, fra i monti, che camminando, un giorno dell’altr’anno, mi si è parata innanzi una tragedia. Una di quelle cose che ti rimangono nei polsi, quando lo senti che pulsa e batte il sangue se si fa notte e cerchi di conquistarti il sonno. Sonno che ti conservi e nel mattino ti traghetti, infine senza affanni. Ero con pochi amici a passo lento, si ritornava indietro da quella cosa che i cittadini fanno, quando vanno per funghi tutti ornati, tingendosi a colori come uccelli. In vetta piano, per ridiscendere placati da un rovello, procedevamo per far cena giù in albergo. E mentre andiamo notiamo un altarino, appeso al filo del recinto a fine bosco. Gli sono accanto, sedute e strette in soglia, due donne giovani velate da uno scialle. Bianche nel viso, come se fossero indifferenti ai raggi, lì levigate e mosse, arse ai capelli da un freddo solicello. Prima dell’altarino, quasi a segnare il passo, nero di pigne in terra quel cuoricino con una M accanto. Noi ci fermiamo, come sorpresi innanzi a tutto il cuore speso in terra, ce lo fotografiamo senza che passi in mente che sia legato al filo del muretto. Ed avanziamo, ci sorprendiamo e stiamo, in quel silenzio freddo, quando vediamo che l’altarino ha quel suo mucchio di balocchi. Fiocchi d’azzurro e vetri in un cestello. Così capiamo che in quella terra fatta a spicchi, si prega per un bambino che non corre. Le salutiamo, quelle due donne dirimpetto, senza comprendere il dolore che le strugge. Ed è persino senza pudore che chiediamo se sia altare quel ruvido confine che dagli occhi ci scompare. Le donne sono cortesi e si fan strette, spalla su spalla ci risalutano corrette. Mentre scendiamo siamo di sosta ad una fonte, e lì d’un tratto ci sovviene un dì di notte. Quando ci dicono, ci hanno detto e raccontato, d’un bimbo da suo padre accompagnato, come in un film d’insostenibile terrore, col parafango del suo SUV fino al candore. Si gela tutto, d’un tratto, dentro e fuori, a dire di quel passo sopra il cuore. Per svista, senza ragione cuore folle, noi genitori ci stringiamo ai nostri orrori. La percezione di quel qualcosa d’inaudito, che possa essere stato e poi pregato. Come se fossimo di colpo tutti vecchi, strappati alla bellezza e resi spenti. Malcerti di ogni senso in questa vita, dove nei monti si declina, poverissima, la vita.

(Questo racconto è stato pubblicato sulla Rivista “Il foglio”, a cura di Gianni Priano, che ringrazio, nella primavera del 2016)

Annunci

Un pensiero su “Cuore di pigna

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...