Che cos’è l’anima

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Io ci vivevo, lì. Nel condominio.
Erano anni e anni che il tempo mi  ripassava sopra.
C’erano stati i figli, ora i nipoti,
e i troppi matrimoni ricelebrati a letto,
controvoglia. Come le doglie, con quella
loro contrazione, brutale, innaturale, che
ogni mattino mi destava. Ed ero stanca,
per davvero. Nemmeno più la tinta sui capelli,
mi mettevo. Tenevo i nipotini come si porta
un cesto agli ammalati, quando si fa servizio
senza amore, un monito pietoso a farsi dare,
da chi sta andando, un dono di carezza.
Poi men tornavo a casa, e tutti i giorni,
me lo trovavo lì, quel cane. Quel cucciolo che
brama solo amore. Amore. Amore. Amore.
Altro che amore. Io l’odio. Odio quel nero suo
di giovinezza, quel guizzo che gli illumina lo sguardo,
il tarlo del voler correre fuori.

Abbaia, abbaia, abbaia. Abbaia sempre.
Sin dal mattino mi si intromette in quel mio parto,
nudo e tozzo, quando rimango urtata a fil di vetro,
e guardo. E poi riguardo e lui guaisce, come un cane.
Sono tre mesi che me ne sto lì ferma a fare tana.
Covo rancore, inciampo, rotolo nel mio incastro
tetro e mesto, gli invidio tutto, il bene,
il fiato, il correre, il fiatare. Ma soprattutto,
quella carezza che col suo pelo e il manto e
il muso, e il ringhiolino, si fa dare. Sempre.
Non partorisce lui. Lui nasce. Lui fa vita. Lui
gli abbaia.  A lui. Il padrone. O la padrona a volte,
le pecore al suo gregge. Lui li sorregge, e se li stringe
contro quei suoi bei muscoli, più giovani del corpo,
se li protegge. E’ il loro cane. Ed io lo odio.

Sento che abbaia, sento che uggiola al cancello.
Si stira, si genuflette, si erge, salta, imbocca. Li lecca,
si trastulla, li sfinisce. Prende il suo bel sottogola di carezze.
Fra loro due persino s’infittisce. Rende stretto lo spazio,
passa tra le due gambe, li sgambetta. E loro fanno festa
al cane, quel cane rotto, a volte, al pianto ch’io detesto,
di cui sorrido solo se me li incontro. Al mezzo di una scala,
in condominio. Come se fosse il loro, tanto da farlo libero
di andare e di abbaiare. Quel cane mi distrugge. Mi confonde.
Mi impaura. Ci vedo me, nel ringhio. Che non ho mai sentito,
e sempre sento. Ora mi vede,  ora mi sente. Ora me lo rimetto
a posto a fiato corto. Così la smette, così finisce questo
suo dire tutto il giorno quanto è bello, quanto si sente amato,
quanto può essere ricco il suo giardino. Perché lui vede i fiori lì,
dove io so che ci sono solo rami secchi, senza nessun bel nodo
che li tenga, terra senza semente che s’annaffia alla rugiada
che beve al solco che fa amore, e ch’io non trovo più, qui a casa.

Nella mia casa piena e ricca, di orto e piante, e di concimi, e
di mangimi e cibo ai denti. Sono così affilati, i denti che
mi stanno qua davanti. Mi ringhiano davvero tutto il giorno.
Sei diventata come rosa a spina secca, che tutto un po’ detesta
e un po’ saccheggia. Questo mi dicono, tra ridolini, i miei nipoti.
E i loro genitori un po’ distratti. Mi sfibrano col loro andare avanti.
Io dove vado? Io dove vado? Io chi? Io come? Io cosa?

La vita mi ha corroso pure l’anima. La solitudine del dentro mi ha
vuotata. Ma così l’anima, mi chiedo, ha aperto un varco? E’ un tocco?
Un messaggero? Un esserino?
Perché la mia mi arriva così brutta, adesso?
Dove ti ho perso? Dove sei andata?
Forse mi abbai da sotto ogni mattino? Forse sei lì,
nascosta sotto al pelo, del cane che detesto e mi rimbomba?
Persino in sogno abbai.  Mi abbaia. Abbaia.

L’anima è un messaggero, che sa l’ora. Ora la metto a posto,
questa lancetta sghemba di orologio. L’aggiusto io. La spezzo.
Faccio lo spezzatino, qui in cucina. Io non lo spezzo
il pane. Lo mischio col veleno, e le lumache.
Ché sono buone, a Roma. Gli abbaio contro con tutto
quanto il mio dolore. E il disamore. Ed il mio dimezzare.
E poi lo lascio giù, a cadere, lento. Vomito dell’inferno.

Il messaggero mio [che è sordo] mi sussurra
di correre e spezzare il cuore al vento–

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Un messaggero

Non posso che sussurrare
all’orecchio di Dio
quale sia stato il dolore
a udire l’altro messaggero
che invitava la donna
a farmi battere forte il cuore,
e senza proprio nulla toccare di me
solo mandando in cucina
in frantumi l’azzurro cielo
intenta e attenta geisha
eseguire per lui e per me
quel dolce rimestare
tramontata l’aurora
con la lancetta sghemba
e così povero me.

  • sia pur nato dopo un evento reale, questo monologo in versi, costituito da due testi per voce umana e canina, è da considerarsi frutto di una fantasia personale attorno a un evento. Le persone descritte, e i fatti narrati sono solo pura invenzione dell’autrice. Nessu luogo o persona reale è presa a spunto per la narrazione in versi. Si tratta, se volgiamo, di un esorcismo catartico attraverso l’invenzione.
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