Io mi chiamo Léon


 Io mi chiamo Léon, e sono nato a settembre, in un lager. Fino a 4 mesi sono stato in una gabbia, con un fratello di sangue che mi impediva persino di cibarmi nella strettoia della mangiatoia del canile.   
Non sono di razza, io sono un meticcio, ma ho l’anima che mi vuole Pastore e il nero dei Golden. Per questo, questi tre con cui vivo, quando mi hanno incontrato e proposto di andare con loro mi hanno dato persino un cognome. Léon Pecorile, per le zampe un po’ grandi, detto dunque Zampanò. 
La casa in cui sono arrivato ne aveva proprio bisogno, di un cucciolo. Perché le persone che ci vivono hanno perso in questi ultimi mesi creature e persone che hanno molto ma molto amato. 

Una madre, ed è stato un dolore grandissimo. Ma anche tutti quegli animali che da anni vivevano in casa con loro. 

Il gatto Dino, di anni 17, il pappagallo rimasto vedovo di Velvet, Underground, di anni 3, e i numerosi pesci che abitavano un acquario da più di tredici anni.

 E così, in questa casa che è sempre stata piena di suoni, di movimenti e di giochi di animali, c’era troppo silenzio, ed un cane serviva, un cane me, proprio me, un cane Léon. Venuto dal canile. Sembiante Zampanò ma non cattivo come lui.   

Qualcuno che non muoia troppo presto, che non se ne va, da cui non ci si debba separare. È per questo che qui sono arrivato io, senza nemmeno una cesta. Con il mio istinto da pastore dalle mie pecorelle. 

Quando sono arrivato io sì che abbaiavo, da dentro la casa, col muso fuori dalla gattaia.

E confesso che continuo a rifarlo, almeno un po’, qualche lungo minuto di notte. Perché è nella mia indole, l’abbaio, devo proteggere le pecore se qualcuno si avvicina.

Mi rendo conto che non va bene, sto imparando, ma mica nasco imparato, io, come direbbe qualcuno. 

Solo che, mentre imparo, è da fine febbraio, che qualcuno ce l’ha proprio con me. 

Io di giorno lavoro accanto alla mia padrona, non sono mai da solo, se abbaio accade, ma poco. Non qui più che altrove. 

Forse quando i bambini mi salutano in terrazzo, forse se passa un amico, o una bellezza di lungo pelo, che vorrei proprio invitare a giocare con me. 

Sapete come succede… è un quartiere con tantissimi e stupendi esemplari di cane, e così ci si annusa, si vorrebbe parlare da un balcone all’altro, leccarsi almeno un po’… Una cosa veloce, una cosa rubata.

Solo che… solo che… qui a casa sono davvero tutti molto tristi da un po’.

Li vedevo così felici di avermi con loro che davvero ero fiero della gioia che portavo. E che porto ogni giorno a ciascuno di loro. E ai bambini del quartiere che giocano con me, e che quando sto male fanno il tifo perché viva e ci sia.

Sono tristi perché qui c’è qualcuno, che ci abita vicino, che la notte e al mattino, disturbato dall’Ama, e da me che riabbaio, e forse dai cani che passando salutano e mi invitano a uscire, mi tira le uova. 

Ora, io pure le amerei, le uova, se qualcuno me le portasse con garbo. Solo che, queste uova, nemmeno mi arrivano. Arrivano solo in terrazzo, e lo sporcano, lo rendono simile a un campo che venga di continuo ferito. E la mia padroncina, sta male, e molto, per questo. E così quei miei due padroncini, che sono cuccioli d’uomo, e le uova le fanno soltanto in tegame, non ci giocano, e non ne fanno un insulto. 

Qui nessuno dorme più, tutti quanti a domandarsi quale cosa possan fare per far stare tranquilla la persona che tanto disturbo. Che poi mica son io solamente. Qui di cani ce ne sono tantissimi. E tutti li amano. 

Ora, è vero, non è mica che sia obbligatorio l’amore dei cani. Capisco che ci sia pure l’odio, il fastidio, la stanchezza, il nervoso, che fa andare le uova in terrazzo. Però dico: ne vogliamo parlare? Non potremmo trovare la strada per dirci le cose con un po’ di reciproca lenta pazienza?

Perché a me e ai miei padroni mica piace portare nessuno lì nei tribunali, perché poi prima o poi ci si svela, e si sa che siam noi che facciamo la guerra con uova. Ci piace moltissimo riuscire a capirci, e trovare una strada. Per poterci incontrare senza astio e nemmeno dolore. 

Soltanto per capire che qui c’è bisogno di un cane, che poi sono io, Zampanò, e che lì c’è bisogno di sonno tranquillo, ma che io se le uova mi piovono, con pure polpette e con pezzi di torta e veleni, mica posso trovare la strada che mi faccia abbaiare di meno.

Se son tutti agitati, la notte, e non dormono, non dorme nemmeno Léon. Questo me che, da cane, se ha qualcosa da dire lo dice abbaiando, e c’è pure una legge che difende la sua paroletta.

Ma lasciamo da parte la legge, parliamo di come possiamo finirla con le uova e la rabbia, e cominciare a parlare. O almeno, a far tacere un po’ tutto: le uova, i veleni, l’insonnia.

Io non so se funziona, ma almeno ci provo. Sto a vedere se domani, e poi ancora, possiamo ristare tranquilli un po’ tutti.

In terrazzo, senza darsi fastidio, senza farsi del male. Io imparando a dormire tranquillo, e qualcuno provando a tollerare un pochino.

Perché è poco l’abbaio, e tanto il dolore, attualmente.

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