Minestre di Gesù

oliver-laurel-scenaIn chiesa ci si comporta bene. Questo sembrava essere il dettato. Sin dalla prima infanzia, nelle frequentazioni domenicali nella chiesa di provincia in cui Béatrice aveva preso i sacramenti.

L’input genitoriale parlava chiaro, sempre: ordine, voce bassa, niente gambe sulle panche, nessuna risatina, niente cibo per un’ora, prima di lasciar scendere, senza nemmeno accenno al morso, l’ostia giù per la gola.

Il corpo di Gesù.

C’erano stati, meravigliosi, gli anni della distanza. E giù che a leggere Moravia, e poi Pavese, e tanti altri, di certo non ti ritrovavi in tutta quella pace silenziosa, né diventavi severa con te stessa.

Poi cresce, cresce Béatrice, e ci ritorna spesso, in chiesa. Un’altra. In altro luogo.

Ci torna per pensare, per sentire. Per fare vuoto il senso e ritrovare il sentimento.

A volte, addirittura, si ferma ai funerali di qualcuno, in fondo, per ascoltare dire della sua dimensione: umana.

Ed ogni volta, c’è quel Vangelo di Giovanni che ti apre il cuore, ti rappresenta esatta in un Mistero. Od anche, partecipa commossa a tutti quei battesimi che a volte, imprevedibilmente, si fanno spazio nel mattino.

Quelli da troupe televisiva, quelli di chi proviene da altri mondi e si converte. E intanto resta bigamo.

Insomma, quei tratti meraviglia che ti stringono la gola, e che ti rigano le guance.

Quella domenica di giugno, col caldo che risale e rende tutto umido e bislacca la presenza della mente, era successa questa cosa, nella testa di Béatrice, che chiameremo risveglio delle piccole.

Si erano alzate le due bambine, da quelle panche dure, tutte legno, e avevan riso l’una all’altra alla distanza di tre file.

Un risolino un po’ smorzato, che però la tagliava l’aria, se la faceva fresca, nuova, imprevedibile.

Si era trovata ad ascoltare un sacerdote indiano che non amava molto. Severo, didascalico, stringente.

E lei, Béatrice, lei non li ama proprio quelli che ti fan stare zitta nell’angolo, senza poterti emozionare nella perfetta imperfezione dell’umano.

Perché per lei era questo, Cristo. Questa vertigine di cose che non ti aspetti.

Come la Maddalena, come i mercanti al tempio, come quel tratto sulla sabbia che solo Dio lo sa cosa significa (bel brivido, mistero ad ogni volta).

Così, non lo so bene se per distrarsi, o accovacciarsi lì a pensare a tutti quelli di cui lei avrebbe voluto dire a Dio: aiutali, aiutami, tienici stretti, vanno un po’ diradando, e un po’ perdendo il senno.

Troppo soffrendo, poco capendo, troppo isolandosi e svenendo (al mondo), si era sentita attratta dalla cadenza inglese del sacerdote indiano.

Precisa, quasi meridionale, tutte le doppie un po’ forzate, le ti marcate. Era salita dentro di lei, dall’emisfero destro, come in incanto.

Ecco, era chiarissimo, era potente, esilarante quasi: la voce le sembrava quella di Olio, quella del doppiatore italico che tanto la faceva sentir protetta da bambina.

Era in “oggi le comiche”, le ritornava in mente come una fitta forte, una saetta, un’immissione umana nella severità di quella predica perfetta.

Così era scesa, scesa di quarant’anni dalla sedia, e aveva cominciato a ridere sommessa.

Dentro di sé, temendo si capisse o si vedesse.

Ma quel suo riso, così preciso, così pulito ed innocente, e chiaramente irrefrenabile e indiscreto, le aveva preso gli occhi e riportati a ripercorrere lo spazio, e il tempo.

Fino a tre file avanti, fino a quell’amichetta che non vedeva mai da tanto tempo. E lei era lì, penso che fosse come nel funerale di sua madre.

Dove Béatrice non era andata, sempre per la distanza, e per il tempo.

Si era voltata, come se fosse scossa dal risolino che solo loro due riuscivano a sentire, e aveva messo gli occhi sugli occhi tesi in basso, laterali, da Béatrice, a tenderle una mano e una carezza. Eccomi, sono qui.

E’ buffo il prete oggi, vero? Dai, tolgo il pianto, vieni, vieni dove risiamo piccole, dove si fanno sveglie le bambine.

Ridi con me di questo suo parlare che fa tanto Oliver Hardy, che ci riporta dove ci sedevamo da pischelle.

Il sabato, con quella tele accesa, in bianco e nero, fra casa tua e la mia, con quel bel vuoto pieno che era in mezzo.

Ridiamo un po’, come due bambinelle che lo soffocano, il riso, ma poi gli sfugge.

Questo vorrei donarti, se potessi. Indietro il tempo, e noi, un po’ malandrine, senza sentirci in preda a un credito insanabile d’affetto.

E’ bello, ed è così che vedo Dio, io, adesso. Come le due bambine che si salvano dalla questa condizione umana così difficile da rendere traghetto.

Non so se tu lo vedi, l’orizzonte. Io ci credo che se ne sta lì, ben pronto al raggio verde.

Poi ognuno chiama il verde come vuole. Speranza, sogno, incanto, persino un po’ spavento.

Solo, facciamole trillare fino a dirlo, dalle vocine di bambine che si sono ridestate. Questo batte la morte, rende vive, e ci consente una carezza al viso amato, e perso.

*

A un’amica. Ché molto mi manca, spesso, non poterla più incontrare quanto vorrei. Com’era facile a 10 anni.

Annunci