La piccola veglia

a Matilde, la mia fotografa preferita

I. Fate nascere

Fate nascere un bimbo, vi prego.

Fate piangere un bimbo stanotte.

Che protegga non visto quel bimbo che

sale. Non si incontreranno mai, non si

sfioreranno mai. Quello che scende non

saprà mai perchè la terra ha tremato, e

la terra non smetterà mai di tremare.

Gli occhi piccoli non diranno l’incrocio

dei venti, e i venti arriveranno. E noi

arriveremo, a venti a venti, dove non

sappiamo, dove non possiamo.

*

II. Colibrì

Non avevo mai avvertito un colibrì
vibrare all’infinito. E stare, in quel
suo stare, come impigliato all’aria.

Come se fosse, in volo, avvinto e
avvoltolato alla propria inesperienza
e cieca confidenza, ed esistenza.

Come se fosse un battito immaturo
perdutamente intimorito, e scontornato,
la permanenza di una domanda senza fiato.

*

III. La distanza

Venti gocce e venti giorni
e ancora venti che non spostano
foglia, che non muovono spoglia.

Li arresta ancora la terra
che non dice pane al pane
che non porta vivo al vivo.

Si disfano gli affanni come
si rigonfiano le nuvole per quel
vano pianto che non porta mondo al
mondo. Non nasci, non rinasci,
né mi lasci stare.

E non mi lasciano da sola
le parole, né mi tengono in piedi
le pietre ruvide che ho tolto ad ogni
costruzione. Decostruita,
forse smembrata, divorata.

Dalla pioggia che sono.
Dall’umido che sei. Nel secco
della gola, non vive eco di vita.

Mia vita.
Mio indelebile tratto di matita.

*

IV. una cosa è una cosa

© giuseppe braga, dicembre 2011 – tecnica mista (foto di Federico Buonanno)

una cosa è una cosa. una cosa.
una dirimpettaia della cosa viva,
del battito un maltrattamento,
un abuso sul tatto, sull’olfatto.
non hanno gusto le ore
né i giorni né i fottuti secondi.
Non ce ne sono per nessuno
e per nessuno ce n’è. Io non ci sono.
Tu non ci sei. E siamo qui,
e dove vuoi che andiamo?

Detesto, come un rovello, un uncino
un unicorno svuotato,
la parola amore. Non conto
e niente conta, qualcuno fa lo sconto
al tempo, ed io al supermercato
non so davvero cosa prendere e lasciare.
Prendere e lasciare, lasciare.
Lasciar andare, cadere. In questo
sonno profondo che non sento.
non sento che un lamento. e sono io, e sei tu,
no, non sei tu. è un suono, uno spavento,
un ansimo del cane che latra dall’interno.
E’ un inferno, un inferno persino il paradiso.
Il tuo sorriso. Il tuo sorriso. Un sorriso è un sorriso.
Un sorriso.

V. Euridice

(photo by Joanna Pallaris)

E se prendessi fiato e fiato dessi
e riprendessi in mano i vetri che non
hai osato infrangere ed hai franto
se ne facessi quel mosaico che mi acceca
se lo penso se lo sento se lo tento

E se provassi a unire lo scontorno
dei contorni lo scontro delle fronti
fronte a fronte come due
fronte retro come gli impossibili
se unissi e ricucissi
e non sentissi che il buco
dove l’ago non trattiene

Se avessi quella nota che non stona
al margine con la matita perché lo sai
che la matita dura meglio dell’inchiostro
sa sfinire sa sbavare sa farsi
lieve o fosca e pure un po’ imbiancare
come la neve grigia se la vedi che
ricade in alto mare, sotto quel funerale
che sanno essere le nubi all’orizzonte

Il raggio verde mi fa orrore
voglio tutti i colori che si potrebbero
virare sopra il tempo che non scolori il verno
che mi abiti l’inferno per fare sempre
il verso a te, Euridice, voltarmi anch’io,
che venga un terzo tutti e due a salvare
e sappia non voltarsi. Non amarsi.

(da: “la piccola veglia”, 2012-2014)

Alcuni di questi testi sono entrati a far parte del Taccuino

“On c’est reconnus Paris”, di Nerina Garofalo e Giuseppe Varchetta – Edizioni del foglio Clandestino, I ed. 2014, II ed. 2016)

this is an opera on CreativeCommons non commercial

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